Teste chinate e pugni stretti

Teste chinate e pugni stretti

“Monumento dei cuori strappati” del campo di concentramento di Plaszow, nel quartiere di Podgórze, “in omaggio ai prigionieri torturati e uccisi nei genocidi provocati da Hitler negli anni dal 1943 al 1945”.

Teste chinate sotto il peso della prigionia, cuori e vite strappate, ma pugni stretti per resistere all’oppressione.

Marika Civillin, classe 4F, Istituto Scaruffi

Segno indelebile

Segno indelebile

Appena ho visto dal finestrino del pullman le baracche dove dormivano i prigionieri di Auschwitz, mi è tornato in mente tutto quello che i nazisti hanno fatto a milioni di persone e a tutto quello che ho visto, sentito o studiato.

Non tutti, anzi quasi nessuno può realmente immedesimarsi fin dentro a tutto questo orrore, ancora più assurdo è il fatto che quello che è stato commesso nei riguardi degli Ebrei non è stato effettuato da degli alieni, ma da veri e propri esseri umani, difficile poterli definire così, uomini senza pietà, senza cuore e senza animo.

Il primo campo che abbiamo visitato è stato Birkenau, il campo più grande fra quelli visitati. Ripercorrendo il tratto in cui il treno portava le varie persone e in cui le stesse venivano smistate ha suscitato in me un senso di angoscia. Tutto quello che abbiamo visto lascia in qualche modo un segno indelebile.

Non si può di certo restituire l’identità, la vita e le lacrime cadute per quelle milioni di persone che hanno perso la vita per colpa di un pazzo senza cuore, possiamo però ricordare il passato ed evitare che quelle camere a gas e le leggi razziali si ripetano per poter vivere normalmente e civilmente in società.

Raffaella Rizzo, classe 5A, Istituto Motti Alberghiero

La fragilità

La fragilità

Il 27 febbraio in visita a Auschwitz, nel campo di concentramento, durante il viaggio della memoria.
Nell’entrare nel blocco 5, dedicato ai bambini, i bimbi venivano raffigurati tramite foto e oggetti di loro possesso (pigiama, ciocche di capelli e spazzole). Appena abbiamo visto gli orrori fatti dai nazisti tedeschi verso gli ebrei c’è venuta l’angoscia e un “malore” al cuore, con la paura che da un momento all’altro potrebbe succedere un’altra volta.

Ci ha toccato molto il fatto di calpestare un suolo ricoperto di sangue e di agonia subita dagli ebrei, pensiamo che durante lo sterminio, la fragilità di un uomo sia stata messa da parte per dar forza all’ideologia nazista.
Vorremmo conclude con una frase di una canzone che rispecchia molto l’argomento: “Costa cara la fragilità per chi un posto al mondo non ha”.

Valerio Sardella e Luigi Calabrese, classe 5A, Istituto Angelo Motti

Ero il vento

Ero il vento

Ero il vento, per quell’attimo fugace, ero libero e veloce come il vento. Ma il vento non sente il cuore impazzito pompargli nelle orecchie, non sente il terrore salire dallo stomaco, passare bruciando la gola e infine iniettare sangue negli occhi.

L’adrenalina è un fiume dentro di me e copre quasi tutto il resto, non sento le mani e le braccia coperte di graffi, o il dolore all’occhio livido per le botte e i rami che bucano senza pietà i miei piedi scalzi.

Ma ho detto quasi, il dolore alla gamba invece è una fitta violenta che mi accompagna senza tregua, lì dove il proiettile ha lacerato la carne nel tentativo di fermarmi. Ma io sono il vento, un vento terrorizzato che corre per sopravvivere in un ultimo gesto estremo. Li sento alle mie spalle sono vicinissimi, non posso correre per sempre, lasciatemi andare, perché non posso vivere non… non sono nato per questo, non sta succedendo davvero, sono pazzi ho paura, aiuto… aiuto… aiuto.

La mia gamba non regge più, inciampo, i rami appuntiti mi tagliano, tagliano e tagliano come se non fossi nato per altro che per soffrire.
Alzo la testa a fatica, la vista offuscata e confusa per aver perso troppo sangue.
Davanti a me c’è ancora così tanta strada che sarebbe stato impossibile fuggire anche senza ferite.
Mi blocco a guardare la distesa di foglie che ricoprono tutto intorno a me.
Sono cadute anche loro, distese, inermi, la nostra vita è finita.

C’è qualcosa di diverso però.
Davanti ai miei occhi, così vicino che subito non l’avevo notato, un fiore. Un piccolo germoglio che lotta in mezzo a quella desolazione e alle foglie morte.
I miei occhi si riempiono di quel colore così delicato ma intenso e puro, e rido, rido mentre mi prendono per le braccia per alzarmi, mentre mi picchiano così violentemente da farmi svenire per un attimo e mi riportano dagli altri. Io rido come non ridevo da mesi, una risata vera e vittoriosa.

Non si sfugge alla fucilazione ma dalla morte si rinasce, la vita non si può fermare.

Ilaria Pica, classe 4L, Istituto Canossa

Solo la neve

Solo la neve

Cade la neve
Paesaggio candido
Sugli occhi chiusi, si posa lieve
Scende e bacia, il viso pallido.

Nulla più, può toccarlo
Solo la neve,
Non dimenticarlo,
Il corpo inerme,
Può sfiorarlo.

Ilaria Pica, classe 4L, Istituto Canossa

Il grido

Il grido

Come prima cosa, abbiamo visto il vagone dove venivano stipati gli ebrei durante il viaggio verso i campo di sterminio o lavoro. In seguito ci siamo diretti all’interno del campo di sterminio, visitando le baracche, i bagni, le cisterne, i resti dei forni e delle camere a gas, il monumento alla memoria fatto da un architetto e uno scultore italiano. Durante la visita, abbiamo incontrato anche molte foto scattate da nazisti o dai prigionieri stessi. Come primo impatto, il campo ha suscitato desolazione, orrore e disperazione. Strano anche rendersi conto del fatto che noi siamo entrati al campo e ne siamo usciti senza alcuno sforzo, fatica o dolore. In confronto alle migliaia di persone che sono entrate in quel campo, per noi e stata una visita mentre per loro era loro vita.

Nel pomeriggio abbiamo visitato il campo di lavoro, venendo a conoscenza di molti particolari o informazioni nuove e terribili al tempo stesso. Nei vari Block abbiamo visto cataste di capelli umani, numerosi oggetti personali come occhiali, pettini o stoviglie. Siamo venuti a conoscenza anche delle prigioni usate dai nazisti per i primi esperimenti con i vari tipi di gas, o degli esperimenti medici fatti su donne o gemelli. In seguito abbiamo visto l’unico forno crematorio ancora intero, il patibolo e il muro della morte. Le nostre impressioni a riguardo sono state tristezza, rabbia, disappunto, sconforto. In particolare il muro della morte ha trasmesso la paura che incutevano i nazisti e che ancora aleggia all’interno del campo.

Concludiamo con la frase sulla lastra commemorativa che si trova all’interno del campo di sterminio:

“Grido di disperazione ed ammonimento all’umanità sia per sempre questo luogo dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei, da vari paesi d’Europa”. Auschwitz-Birkenau 1940-1945

Francesca, Valeria, Rebecca, Dominique, Zhong, classe 5A, Istituto Motti eno-gastronomico