Sono dell’idea che almeno una volta nella vita ci sia il bisogno di intraprendere un viaggio della memoria. Credo ciò perché se non vedessimo con i nostri occhi quello che è stato, non ci fermeremmo a pensarci sul serio, a ricordare come dovremmo. Una volta arrivati, mi ha colpito una miriade di pensieri e domande; tra queste, quella che più mi lascia perplessa è: “Io, completamente sola, sono in grado di fare realmente qualcosa di utile per il prossimo? O c’è necessariamente bisogno di una coesione per fare la differenza?”. Bisognerebbe meditare in modo critico sul passato, così da poterne trarre degli insegnamenti e non commettere nuovamente gli stessi errori. Una cosa che mi ha colpito molto è stato un pensiero che la guida Michele ha espresso: non soprannominate “pazzi” coloro che hanno commesso crimini disumani, perché in questo modo li state giustificando.
Oggi non siamo che qualche centinaio di persone: ci percepiamo “tanti”, ma siamo veramente pochi rispetto a quelli che qui hanno trovato la morte.
Una fine immediata, disumana, progettata, di massa.
Noi che amiamo e scegliamo le parole, non ne abbiamo per dire l’ineffabile. Per rispondere a uno dei più ingombranti “Perché?” della Storia.
Noi che restiamo intimamente scossi di fronte a questi luoghi, non possiamo cambiare fatti già accaduti.
Auschwitz non si visita.
Si attraversa, gelati dentro.
Si attraversa qui anche la nostra vita: le scelte che facciamo e che faremo, le persone che vogliamo essere, la realtà che desideriamo.
Gli alberi che circondano i resti dei crematori sono stati testimoni impotenti e silenziosi, ancora oggi incollati, radicati all’orrore.
Noi, invece, da qui possiamo muovere i nostri passi, con la possibilità di agire.
L’urgenza che avvertiamo è quella di ri-umanizzarci tutti, di mantenere vigili le nostre menti, di dire “no” alla prima avvisaglia, di accendere il nostro senso critico.

EM, Istituto Russell Guastalla

 

Muoversi per Birkenau, per non gelare dentro, per agire

Muoversi per Birkenau, per non gelare dentro, per agire