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Questi cinque giorni di viaggio sono stati una goccia d’acqua nel deserto del mio cuore.
Ho toccato il germe del male e mi sono specchiata con Hitler e l’ebreo. La mia mente ha tralasciato le piatte pagine dei libri di storia ed è andata a sbattere contro la realtà.
In un posto così crudele la mia persona ha risposto con una fiducia maggiore nel prossimo. Penso che abbiamo bisogno di ritornare alle nostre radici più profonde, di ritrovare la bussola dell’umanità, di guardarci dentro, di ritrovarci e infine di tornare a riconoscerci nell’altro.
Dopo aver visitato Auschwitz – Birkenau mi sono sentita un enorme macigno sul petto e lo sento ancora adesso, dopo essere rientrata dal viaggio e ripiombata nella quotidianità. Mi sembra che il tempo si sia fermato, mi sembra di essere ancora là, fra le macerie dell’assurdo e del gelido vento, mi sembra di aver vissuto un incubo dal quale è impossibile svegliarsi. Un senso di angoscia mi paralizza. Non riesco a metabolizzare ciò che ho visto, ciò che ho sentito, ciò che mi è stato spiegato.
Ringrazio davvero tanto la guida Michele Andreola per avermi fatto comprendere che siamo, in primis, noi giovani che dobbiamo prendere consapevolezza di ciò che è successo. Che siamo noi che dobbiamo reagire al male e al silenzio. Che siamo noi che dobbiamo metterci in gioco, coinvolgendo più persone possibili, instaurando nuove amicizie e aprendoci nuovi mondi per sconfiggere la sterilità, la mancanza di un senso, il nichilismo. Non dobbiamo stare seduti, vivendo con indifferenza e passività. Dobbiamo alzarci nella speranza di cambiare la vuota realtà che ci circonda. Tutti i giorni cambiamo il mondo, in peggio o in meglio, a seconda delle nostre azioni, ma perché il cambiamento sia significativo ci vuole più costanza di quanta ne abbiamo. Non accade mai niente in una sola volta. Il cambiamento è lento, è metodico, è estenuante, ma tutti possiamo metterci in gioco quotidianamente.
In questo viaggio ho conosciuto tante persone. Sentivo il bisogno di confrontarmi, di comunicare per scoprire diversi punti di vista, per imparare, per evolvermi, per ascoltare, per crescere. Mi lasciai trasportare dal flusso della Vita, accantonai la paura e la comfort zone: abbracciavo i miei nuovi amici, giocavo con loro, li amavo tutti senza ipocrisie. Non facevo parte di un semplice gruppo, facevo parte di una famiglia. Tutti fratelli e sorelle che affrontavano insieme il mondo e il male che fu, che è, che sarà.
Ho la sensazione e la speranza che rimarremo per sempre uniti. Chi più, chi meno ha lasciato un’impronta indelebile nel profondo del mio animo. Non saprei davvero concepire la vita che avrei passato se non fossi partita. Ringrazio Dio o chi per Lui di avermi fatto percorrere questo sentiero.
Sono tornata consapevole. Consapevole del fatto che ci circondiamo di problemi, insoddisfazioni, ubbie, dolori che non hanno un vero perché e ci dimentichiamo della cosa più importante di tutte: la vita è uno strano regalo. All’inizio lo si sopravvaluta questo regalo: si crede di aver ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo ma solo un prestito.

Elisa Carlino, studentessa universitaria

Non un regalo, ma solo un prestito
Uno dei disegni dei bambini prigionieri ad Auschwitz, oggi esposto all’interno del memoriale.