Siamo qui oggi, insieme, con il cuore pesante e la mente piena di immagini che difficilmente riusciremo a dimenticare. Abbiamo attraversato i luoghi della memoria, camminato tra le baracche di Auschwitz -Birkenau, abbiamo percepito il dolore di milioni di persone. Abbiamo visto con i nostri occhi ciò che fino a poco tempo fa era solo nei libri di storia: le foto di corpi scheletrici, svuotati della loro umanità, i disegni dei bambini, ultimi testimoni innocenti di un orrore che non dovrebbe appartenere all’umanità.

Abbiamo osservato i capelli rasati delle donne, un gesto brutale che privava non solo della propria identità ma anche della propria dignità. E poi la vastità del campo, uno spazio immenso, silenzioso, che urla il dolore di chi ha camminato su quei sentieri senza mai poterli abbandonare.

Abbiamo compreso quanto i nazisti fossero subdoli, come ingannassero i deportati fino all’ultimo momento, facendo credere loro che sarebbero tornati a casa. I loro corpi venivano “ripuliti”, come se fossero sporchi, mentre in realtà erano loro, i carnefici, ad avere le mani sporche di sangue. Abbiamo sfogliato il Libro dei Nomi, un elenco infinito di vite spezzate.

Abbiamo visto le rovine delle camere a gas, nel bosco del campo Birkenau, e le foto scattate di nascosto, che mostrano cumuli di corpi accatastati, bruciati per far sparire ogni traccia. Ci hanno spiegato come bruciavano i cadaveri, come tutto fosse calcolato con precisione mostruosa, come si decidesse in pochi secondi chi dovesse morire subito e chi potesse resistere ancora qualche giorno in quell’inferno.

E poi le scarpe, le valigie, persino quelle dei bambini. Oggetti personali che avrebbero dovuto accompagnarli in un viaggio, e invece sono diventati simboli di una partenza senza ritorno. Valigie senza nomi, segno di una completa perdita d’identità. Ci ha colpito la storia di Mengele e dei suoi esperimenti sui bambini: corpi usati come cavie, privati anche della loro sofferenza perché nessuno li ascoltava.

Abbiamo visto i video della vita prima dei campi, immagini di persone felici, famiglie che ridevano, bambini che giocavano. Sapere che di loro non è rimasto altro che un ricordo ci ha stretto il cuore. E poi il ghetto, il simbolo di un’esistenza cancellata. Quelle sedie vuote nella piazza, un silenzio assordante che riempie il vuoto lasciato da chi non è più tornato.

Abbiamo ascoltato storie che fanno male, come quella dei bambini nascosti nelle borse, neonati gettati nei secchi d’acqua perché non dovevano sopravvivere. Abbiamo guardato le foto dei deportati, alcuni in posa, altri con un sorriso forzato, forse perché ancora non sapevano cosa li aspettasse. E poi i capelli, trasformati persino in cuscini, l’ennesima dimostrazione di come si cercasse di annullare completamente la persona.

Abbiamo visto i letti di legno, dove dieci persone erano costrette a dormire insieme, la fame che spingeva al cannibalismo, il sistema disumano in cui i prigionieri stessi erano costretti a controllarsi l’un l’altro. Il cibo, razionato al minimo, a volte persino contaminato con bulloni o chiodi, come se la sofferenza non fosse mai abbastanza.

Abbiamo sentito, abbiamo visto, abbiamo vissuto, per quanto possibile, l’orrore che qui si è consumato. Oggi siamo testimoni, oggi siamo voce di chi non l’ha più. Oggi portiamo con noi il peso di questa memoria, perché non sia solo una visita, ma un impegno.
Perché tutto questo non resti un racconto del passato, ma un avviso per il futuro.

5P Canossa

 

Vedere Auschwitz, non solo sui libri.