Sguardo

Sguardo

Le persone esternano i loro sentimenti anche solo attraverso uno sguardo, sguardo che diventa segno di memoria.
Lo sguardo disorientato e stravolto dei prigionieri appena scesi dalla “Judenrampe” ignari del loro destino.
Lo sguardo impaurito di chi, invece, ha già capito tutto.
Lo sguardo indifferente, superbo e di scherno dei tedeschi nei confronti di quelli che loro consideravano “Untermenschen”.
Lo sguardo vuoto di chi era già stato risucchiato dal meccanismo infernale ideato da Hitler.
Lo sguardo privo di vitalità e spensieratezza dei bambini che si intravedeva dai loro occhi scavati. Sguardo catturato nella foto esposta al museo di Auschwitz che mostra quattro bambini dopo gli esperimenti aberranti del dottor Mengele.
Lo sguardo dei sopravvissuti, che ricostruisce perfettamente i luoghi del passato, offuscato dalle lacrime. Come è accaduto ad Elisa Spinger che, dopo cinquanta anni dalla chiusura del campo, ritornando nella sauna, le si palesano davanti agli occhi tutti i momenti vissuti proprio lì.
Fissare i loro sguardi ti cambia profondamente: noi non saremo più indifferenti davanti al dolore che l’uomo è in grado di provocare.

Classe 5E, Istituto Gobetti

 

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco

Memoria

Memoria

Siamo parlando di una memoria vera, che non abbandona, che rimane indelebile. L’esperienza diretta non può essere sostituita: osservare da vicino la morte che riecheggia in un luogo ora così silenzioso, percorrendo il tratto di strada che segue i binari, camminando sui pavimenti che reggevano i corpi di centinaia di migliaia di persone prima di noi, toccando con la mano le mure delle camere a gas graffiate dalle unghie dei selezionati per la morte. Queste testimonianze non possono lasciarci indifferenti e non possono essere dimenticate una volta vissute.
Ma la memoria non è solo questo, è soprattutto una scelta.
Nella città di Tarnow, che è stata teatro di morte di 25.000 ebrei sono rimasti pochissimi segni di memoria di quella atrocità, nel tentativo di obliare ciò che è strato e di fuggire la vergogna e responsabilità.
Capiamo quindi l’enorme valore di ricordare oggi il dolore di ieri.
Ma meglio di noi lo avevano capito i bambini che con i loro disegni innocenti ritornavano a immaginare una vita normale e libera; lo aveva capito il prigioniero greco del Sonderkommando, che ha rischiato la propria vita pur di scattare di nascosto una foto della cremazione dei corpi gasati; lo aveva capito Primo Levi, mentre affamato raccontava Dante a Jean.
Un bisogno profondo, un appiglio alla vita che era e una speranza di riprendersela, un modo di sopravvivere.

Classe 5E, Istituto Gobetti

 

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco

Le cose che mi hanno colpito

Le cose che mi hanno colpito

Questa storia l’abbiamo sentita raccontare tante volte. Abbiamo creduto che ciò che saremmo andati a vedere sarebbe stato una sorta di memoriale già visto in varie foto o documentari. Ma non è stato così.
Davanti a noi abbiamo trovato ciò che di più brutto la mente umana abbia mai potuto concepire nella sua pazzia e nella sua stravaganza. La mente umana ha messo a ferro e fuoco tutto ciò che ha trovato sul suo cammino, inseguendo una fantomatica ideologia creata per distruggere psicologicamente e fisicamente delle minoranze. Ha razziato persone innocenti della propria identità e delle proprie emozioni e pensieri. Le ha portate a pensare come riuscire ad arrivare al tramonto senza sapere se avrebbero potuto rivederlo di nuovo.
Abbiamo visto un teatro di crudeltà fuori da ogni immaginario e tante cose ci hanno colpito.
Mi ha colpito Sholmo Venezia che, quando vide suo cugino arrivare verso la “doccia”, gli disse di stare il più vicino alle grate così da poter morire prima. Questa è una forma di amore diversa dal solito, una forma che fa capire come, arrivati a un certo punto di sofferenza vista negli occhi di chi si ama, si preferisca che questa persona muoia quanto prima, piuttosto che vederla soffrire ancora.
Mi ha colpito vedere le foto di uomini e donne polacchi ed ebrei. Nel leggere il mestiere da loro svolto mi sono molto commosso, perché mi ha dato ancora più forte la concezione della realtà che queste persone vivevano prima di essere deportate. Mi sono messo nei panni di quelle persone, ragazzi miei coetanei ma anche padri di famiglia e anziani che, nel giro di un mese scarso, sono passati dalla loro vita ordinaria alla perdita di dignità e infine della vita.
Mi ha colpito il sistema dei campi…industriale. Auschwitz era una fabbrica, una fabbrica di morte, senza pietà, trattava le persone come spazzatura da smaltire macchinosamente e a ritmo serrato organizzato con un fordismo mortale.
Mi ha colpito il vento freddo che ci ha seguito in tutti e due i campi, che a volte interrompeva la radio della guida come se volesse parlare lui, con quel soffio delicato e che a volte usava altri oggetti per farsi sentire, come le corde delle aste per le bandiere, gli alberi, le capanne. Quando ero al centro della ferrovia con le spalle rivolte verso l’entrata, sentivo questo vento freddo e secco che mi avvolgeva completamente in un’angoscia travolgente.
Sono tante le cose che mi hanno colpito.
Nelle parole della guida sentivo molto, così tanto che a volte ho dovuto togliermi le cuffie perché era troppo forte e faceva troppo male. La parte più dura penso sia stata quella dei bambini, innocenti e piccoli costretti a vedere e subire. Quando sono entrata nella stanza con quei rumori e quelle immagini, e con quelle famiglie ho pensato a casa, a quando tornerò e cercherò di trasmettergli quello che questo viaggio ha dato a me.
La nostra classe ha in sé molte differenze, modi di vedere e sentire totalmente diversi, ma in questo viaggio c’è stato un momento di accordo tra tutti i componenti della classe, cosa che è successo veramente poco negli anni in cui ci conosciamo, e una specie di unione profonda tra ragazzi e professori che rimarrà sempre in noi.

Classe 5BE, Istituto Zanelli

 

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco

La consapevolezza e la gratitudine

La consapevolezza e la gratitudine

Non vogliamo raccontarvi la storia, quella dovremmo già conoscerla tutti.
Il senso di vuoto è incolmabile, l’aria pesante, la difficoltà nel respirare; vedere tutto questo nei film non è come viverlo.
La storia che ci viene insegnata a scuola è ben diversa da ciò che abbiamo toccato con mano.
Ci sono persone che immaginano l’inferno come un regno di fuoco e lava; crediamo che questa, invece, sia la cosa che si avvicina di più a quelle fiamme, ed è stata creata sulla terra, da uomini per distruggerne altri.
Siamo testimoni di una storia che non possiamo dimenticare, dobbiamo cercare di comprendere, di fare nostro tutto ciò, in modo da evitare che la storia si ripeta così da portare questa narrazione forte e chiara alle generazioni future.
La speranza è che questi luoghi restino per sempre dei memoriali e non si trasformino in banali attrazioni di turismo commerciale, vuoti e senza sentimenti.
Luoghi veri.
Viviamo pensando al futuro, preoccupandoci per cose che nella realtà dei fatti sono futili; dimenticandoci di tutte le persone che sono state deportate qui, indipendentemente dalla motivazione.
Non avevano alcuna sicurezza; nemmeno quella di averlo un domani.
La consapevolezza di ciò che è successo porta gratitudine, e il senso di vuoto a voler ricordare.

5T e 5S Istituto Mandela

 

Un garofano bianco per la memoria, Foto Istoreco

Un garofano bianco per la memoria, Foto Istoreco

Forza

Forza

Il primo sguardo dalla torre di controllo sul campo di Auschwitz II ci ha travolto con emozioni forti, non descrivibili. Alla vista era un campo vuoto, all’udito un campo muto. Ma la forza che emanava riproduceva nelle nostre menti la vita del campo.
Una vita fatta solo di lavori forzati, fame, sete, stanchezza, gelo, violenza e bestialità.
I detenuti potevano soddisfare i propri bisogni solo due volte al giorno, in pessime condizioni igieniche, insieme a centinaia di persone, come testimoniano le latrine comuni.
Nonostante queste condizioni disumane, la forza di alcuni detenuti è andata oltre.
Settimia Spizzichino, una donna ebrea romana sopravvissuta agli esperimenti ginecologici del dottor. Clauberg, una volta uscita dal campo ha raccontato la sua storia.
Proprio la speranza di poter raccontare le atrocità subite dava agli internati la forza di resistere e a volte di ribellarsi. Così come ha fatto il Sonder Kommando, che è riuscito a distruggere il forno crematorio numero 4.
A questa forza si contrapponeva però quella dei nazisti; quella persuasiva che permetteva a Hitler di alienare le folle, quella violenta usata nei campi e nei ghetti, quella forza data da una finta consapevolezza di superiorità razziale.
Eppure la forza di uccidere non è riuscita a distruggere la forza di resistere: ne sono una prova i sopravvissuti e il loro ricordo che resiste in noi.

Classe 5E, Istituto Gobetti

 

Museo ad Auschwitz I, Foto Istoreco

Museo ad Auschwitz I, Foto Istoreco