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Una lunga riflessione dopo la visita al memoriale dei deportati militari di Schöneweide

Oggi abbiamo visitato il dormitorio degli internati militari italiani. Nonostante le nostre conoscenze storiche, ci siamo imbattute in una situazione estranea alle nostre aspettative.

Raramente si parla degli IMI (internati militari italiani), persone che non hanno ricevuto giustizia per il loro coraggio, perché venivano poste davanti ad un’ardua scelta: arruolarsi con i nazisti o diventare prigionieri nei campi di lavoro.
Per noi è stata un’esperienza molto forte, una guida ci ha raccontato che questi soldati e civili erano costretti a lavorare nelle fabbriche in cui si producevano armi e munizioni nonostante ci fossero leggi internazionali che in qualche modo dovevano proteggere questi prigionieri. In realtà, morivano di freddo e vivevano in condizioni assai disagevoli: lavoravano molto, non gli veniva dato da mangiare abbastanza, non avevano abbastanza vestiti per coprirsi e spesso denutrizione e malattie li decimava.
Il loro impiego veniva utilizzato anche per la rimozione delle macerie dei bombardamenti a Berlino, ed anche se avessero trovato sotto le macerie da mangiare o da vestirsi sarebbero stati puniti perché secondo le leggi del tempo era un’appropriazione indebita. Per farla breve questa gente era votata alla morte.

Alcuni episodi visti durante il percorso con la guida sono stati molto illuminanti per capire la loro sofferenza: un documento parlava di un uomo che per la fame ha mangiato un uccellino crudo che gli era caduto di fronte, e nonostante ciò non riuscì a sfamarsi.
Molto toccanti sono stati i video che attestavano le testimonianze di alcuni sopravvissuti.
Raccontavano le varie fasi dalla loro cattura fino alla liberazione, e uno dei video parla di un uomo che si è salvato grazie a un compagno cadutogli addosso durante un bombardamento: gli ha fatto da scudo, ed è stato colpito da una scheggia di un esplosivo al suo posto.
Ci ha colpito molto una gavetta di un internato di Modena in cui esprimeva i suoi sentimenti attraverso delle incisioni: “Fame e paura”, “Speranza e coraggio”, “Ritornare presto”, “Sempre vi penso” e scritte di altro tipo.

Un’altra citazione su gavetta appartiene ad Andrea Talmon, e recita: “Cara mamma ritornerò”. La parte più realistica della visita è stata quella nelle cantine dove gli IMI si rifugiavano durante i bombardamenti, cantine he sono rimaste immutate. I muri sono ancora ricoperti di date, graffiti e calcoli, gli spazi sono angusti e bui.
La nostra sensazione di fronte a queste cantine è di profonda tristezza e angoscia, abbiamo rivissuto per un momento al loro posto quello che sono stati obbligati a passare e a quanto la vita fosse difficile. La loro combattività e’ stata per noi uno sprone molto forte, perché ci ha fatto capire il vero significato della voglia di vivere e di poter tornare a casa. Al loro posto noi non saremmo stati in grado di sopravvivere e di combattere per i nostri valori.
Spesso nella letteratura noi abbiamo studiato il valore della famiglia, ad esempio Pascoli sosteneva che il nido famigliare non dovesse essere disgregato, ne’ con la morte, ne’ con l’emigrazione. I nostri soldati e civili e le loro famiglie in patria non potevano contare sulla tenuta in vita della loro famiglia, dato che in questo periodo attraverso le due grandi guerre era pressoche’ impossibile mantenere uniti o avere i contatti con i propri cari dispersi dalla guerra, dalla fame e dalle malattie.
Queste persone non hanno potuto vivere la loro giovinezza a causa delle situazioni storiche, come sarebbe stato di diritto.
La bestialità in cui vivevano queste persone era improponibile persino in tempo di guerra.
La mancanza di valori cristiani e di Dio stesso ci ha mostrato che quando l’uomo si sostituisce al Creatore, le conseguenze sono: degradazione, morte, distruzione, odio.
Classe 5H – Istituto Motti – Reggio Emilia

 

Baracca 13
I viaggiatori della memoria nella baracca dedicata agli IMI a Schöneweide