Martedì sono stata ad Auschwitz. Pensavo che sarei stata in grado di mettere insieme le idee ma credo che nulla possa restituire memoria a quei milioni di sorrisi, gridi di disperazione, speranze e sogni spezzati. Mi sono sentita come attraversata da un senso di vuoto e silenzio perché degli esseri umani sono stati privati della loro vita solo per credere in un valore, in una religione, solo per essere nati. Ciò che trovo ancora più straziante è che siano stati altri uomini a interrompere queste vite. Fin dal momento in cui nasciamo ci viene detto che siamo creature speciali, libere, forti, che abbiamo una voce e crediamo che anche il mondo là fuori ci permetta questa libertà. Come può l’uomo volere tutto questo? Come si può disumanizzare e privare una persona della sua dignità, dell’amore e delle sue emozioni? Gli ebrei entravano in questi campi come uomini senza diritti e uscivano come merci, oggetti. Li rendevano tutti uguali fra loro, rasandoli e vestendoli nella stessa maniera. L’identità che era stata promessa loro alla nascita e che era stata costruita e arricchita di esperienze durante la vita era stata ridotta a milioni di figurine tutte uguali, teste non pensanti che lavorano come macchine. Ho riflettuto a quanto l’uomo si imponga a reprimere il diverso, piuttosto che l’odio. Questo orrore è stato riconosciuto ma le radici però non sono state tagliate e oggi ancora c’è chi diffida dello sconosciuto per le sue origini, credenze e tradizioni, e neanche per questo ci sono parole.

Arianna – Classe 5J, Istituto Russell

Dalla torretta del campo di Birkenau, durante la visita di martedì

Dalla torretta del campo di Birkenau, durante la visita di martedì