Mi chiamo Giorgia Frattini, ho 18 anni, sono nata il 13 marzo 2007, sono ipovedente e sono libera.
Mi alzo la mattina e posso mangiare, vestirmi, sorridere, andare a scuola, uscire con gli amici, stare con la mia famiglia, votare, scegliere.
Posso vivere.
Se fossi nata intorno al 1940, probabilmente non avrei avuto la possibilità di fare nulla di tutto questo, Forse nemmeno di esistere.
Ciò perché degli uomini decisero di arrogarsi il diritto di stabilire chi fosse degno e chi no della vita, chi fosse “giusto” e chi “sbagliato”.
Dimenticando però che esistiamo tutti per la volontà di un’unica, grande forza: la natura.
Durante questo viaggio della memoria, visitando uno di quei luoghi a Pirna, ci è stata posta una domanda: cosa avreste fatto al posto degli abitanti della città o del personale coinvolto?
Io non avrei potuto fare molto, forse solo sperare. Sperare che la gente si facesse domande, parlasse, non si lasciasse abbindolare da manifesti e film costruiti per ingannare.
Ma è davvero questa la domanda giusta?
Non dovremmo piuttosto chiederci: cosa possiamo fare oggi per non essere come loro? Per non arrivare mai più ad atrocità simili?
Non dovremmo fermarci davanti alle ingiustizie.
Non dovremmo restare muti di fronte a ordini moralmente sbagliati.
Non dovremmo rendere normale ciò che è disumano.
Dovremmo lottare, parlare, imparare e ricordare.
Perché esiste una differenza che ci rende unici, che però vive dentro un’uguaglianza che accomuna tutti noi.
Non possiamo stabilire criteri di compatibilità con la vita.
L’essere umano possiede molte risorse, ma non il potere di decidere a chi, come e perché spetti vivere.
COSA MI PORTO A CASA?
Mi porto a casa la bellezza di Praga, tra i monumenti e le cappelle ebraiche.
Mi porto a casa le risate con le amiche, tra le strade della città e le notti in hotel.
Mi porto a casa la testimonianza della crudeltà umana, quando si sente talmente potente da poter “ripulire” la società da coloro considerati indegni di vivere: quella crudeltà che ha segnato Pirna.
Mi porto a casa la prepotenza con cui l’uomo può dominare i suoi simili, togliendo loro libertà e dignità, come racconta la fortezza di Terezin.
Mi porto a casa la sensazione claustrofobica provata nella Cattedrale in cui furono uccisi coloro che tentarono di ribellarsi alla grande e spaventosa macchina del nazismo, eliminando uno dei suoi ingranaggi più importanti.
Mi porto a casa il silenzio assordante di Lidice, dove le voci delle madri e dei padri, le risate dei bambini e le loro case, pur essendo state spazzate via, impongono ancora la loro presenza, il loro rumore, come nient’altro.
Porto a casa la consapevolezza che non si dovrà mai più arrivare a tanto: che non si deve tacere, ma parlare; che non bisogna avere timore, ma chiedere.
Porto a casa la certezza che restare fermi a guardare significa essere comunque responsabili.
Porto a casa un promemoria: non dimenticare, ma ricordare e imparare.
Giulia Frattini – 5I Liceo Canossa

Lidice e un gruppo di studenti del Viaggio della memoria Istoreco
