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Il Viaggio trasforma i ragazzi in “testimoni obbligati”, che dovranno parlare di quello che hanno visto.

Tutti i presenti, tutti noi, abbiamo avuto l’onore ed il privilegio di partecipare a questo viaggio della memoria. Dovere, più che onore. È una costante, che si tramanda di generazione in generazione, di padre in figlio, da amico ad amico. Non è una banalità. Quando per la prima volta alle scuole medie ci hanno parlato delle follie della seconda guerra mondiale, abbiamo iniziato a comprendere, o forse solo immaginare, la crudeltà dell’uomo.

Quando ce ne hanno parlato nuovamente alle superiori, quando abbiamo visto film e documentari a riguardo, ascoltato testimonianze, ci siamo resi conto della vera gravità dei fatti accaduti.

Quando abbiamo messo piede per la prima volta in un campo di concentramento, quando abbiamo sostato silenziosi davanti ad un freddo muro che ha diviso popoli e paesi, quando abbiamo visto con i nostri occhi ciò che davvero milioni di persone hanno dovuto patire, convivendo con inutili speranze date da un mondo crudele. Solo qui, abbiamo forse potuto immaginare cosa potesse essere stato.

Eppure, davanti a quel muro, davanti a quelle crudeltà, c’è chi è riuscito a dire di no. C’è sempre chi riesce a dire di no. I militari deportati, che hanno rifiutato di continuare a collaborare con una politica di morte, tutte quelle persone che si sono opposte all’irrazionalità di un mondo diviso, che hanno preferito dire no invece che voltare la faccia al prossimo.

Per tutti gli anni della seconda metà del secolo scorso, abbiamo predicato libertà, parità di diritti, integrazione, demolizione di tutti i muri imposti negli anni precedenti. Ed ora, gettiamo tutto al vento in preda alla corrente di paura che ci attanaglia e stringe le nostre coscienze davanti ad emergenze umanitarie che ci coinvolgono tutti i giorni, da anni. Siamo noi ad averlo permesso.

Una guida, durante questo viaggio, ci ha detto: “non capisco a volte se lo faccio per evitare che accada di nuovo, o se sto insegnando a costruire muri”. Stiamo voltando la faccia a persone che gridano disperatamente aiuto, che mettono in gioco la loro vita per procurarsi una vita dignitosa, di certo non al pari di quella che gli è stata rubata. E davanti a loro, alziamo muri. Ci nutriamo di pregiudizi.

Non abbiamo paura di quello che possa scatenare il costruire un muro, semplicemente perché ce lo stiamo scordando, ammaliati da stupide parole pronunciate da oratori che operano per perseguire i propri interessi. E noi stiamo a fissare, impassibili ed apatici, davanti a tutto questo; a volte forse anche increduli. La storia ci insegna, ancora una volta, che è meglio dire di no alla pazzia, alla divisione, alla guerra, alla morte. È questo quello di cui dobbiamo avere memoria; dobbiamo dire no.

Andrea – Istituto Pascal – Reggio Emilia

 

È un dovere, prima di tutto
Un momento delle visite al campo dei deportati italiani a Schöneweide.