Ero un numero, non un uomo.
Trascinato via dalla mia famiglia, dalla mia terra, gettato nell’inferno di un campo di concentramento in Germania.
Non sapevo cosa mi aspettava, ma sapevo che sarebbe stato orribile.
Qui fui costretto a lavorare come contadino per una famiglia tedesca.
La fame, la paura, erano incubi quotidiani.
Ma questo calvario non finì lì.
Fui trasferito ad Auschwitz, un luogo dove la morte comandava.
Ho visto molte persone morire, alcuni morti di fame, altri per malattie e altri ancora uccisi dai nazisti, addirittura ricordo il fumo denso che oscurava il cielo, l’odore indimenticabile e gli sguardi delle persone, vuoti e disperati.
Ogni giorno era una lotta per la sopravvivenza, un’agonia senza fine.
Lí, ho continuato a lavorare per le famiglie tedesche.
Il mio lavoro era duro, ma mi aggrappavo a quella piccola scintilla di speranza.
Quando il mio compito fu completato, sapevo che dovevo fuggire.
La mia unica possibilità era un treno merci.
Mi nascosi tra i vagoni, aggrappandomi alla vita mentre il treno mi portava via da quell’inferno, verso la libertà.
(Questa è la storia, vera e testimoniata, di ciò che ha passato il mio bisnonno Olinto Salardi)
Chiara Salardi 5G Tricolore

I vagoni del treno, mezzo per la morte e mezzo per la salvezza
