Il primo sguardo dalla torre di controllo sul campo di Auschwitz II ci ha travolto con emozioni forti, non descrivibili. Alla vista era un campo vuoto, all’udito un campo muto. Ma la forza che emanava riproduceva nelle nostre menti la vita del campo.
Una vita fatta solo di lavori forzati, fame, sete, stanchezza, gelo, violenza e bestialità.
I detenuti potevano soddisfare i propri bisogni solo due volte al giorno, in pessime condizioni igieniche, insieme a centinaia di persone, come testimoniano le latrine comuni.
Nonostante queste condizioni disumane, la forza di alcuni detenuti è andata oltre.
Settimia Spizzichino, una donna ebrea romana sopravvissuta agli esperimenti ginecologici del dottor. Clauberg, una volta uscita dal campo ha raccontato la sua storia.
Proprio la speranza di poter raccontare le atrocità subite dava agli internati la forza di resistere e a volte di ribellarsi. Così come ha fatto il Sonder Kommando, che è riuscito a distruggere il forno crematorio numero 4.
A questa forza si contrapponeva però quella dei nazisti; quella persuasiva che permetteva a Hitler di alienare le folle, quella violenta usata nei campi e nei ghetti, quella forza data da una finta consapevolezza di superiorità razziale.
Eppure la forza di uccidere non è riuscita a distruggere la forza di resistere: ne sono una prova i sopravvissuti e il loro ricordo che resiste in noi.

Classe 5E, Istituto Gobetti

 

Museo ad Auschwitz I, Foto Istoreco

Museo ad Auschwitz I, Foto Istoreco