Istituto Superiore “Silvio D’Arzo”, Montecchio (RE) – 2024

GIUSEPPE

PATRONCINI

Giuseppe Patroncini nasce a Montecchio Emilia il 18 dicembre del 1914. L’8 settembre del 1943 viene catturato a Lubiana e il giorno seguente parte per San Vito. Il 13 settembre arriva nel campo di concentramento di Luckenwalde. Liberato l’8 maggio del 1945, muore durante il viaggio verso casa il 18 giugno 1945.

Giuseppe Patroncini nasce a Montecchio Emilia il 18 dicembre del 1914 da Patroncini Domenico e Poli Corinna. Prende il nome da suo fratello Giuseppe, morto nel 1913. Non era figlio unico, ma aveva 3 fratelli, Maggiorino, Cesare e Chiara.                             
Proveniente da una famiglia contadina, termina la sesta elementare, con ottimi risultati. In quarta elementare vince infatti come primo premio il romanzo “I pirati della Malesia” per “condotta, diligenza e profitto nello studio”. Ma non potendo proseguire gli studi inizia la professione di operaio presso la Ditta Capolo di Montecchio Emilia.                                  
Il 26 novembre del 1940 riceve la chiamata alle armi e parte dalla sua abitazione in via Franchini Ercole 57 per entrare nel reparto di Genio e chimici col numero di matricola 34876. L’8 settembre del 1943 viene catturato a Lubiana e il giorno seguente parte per San Vito.                                          
Il 13  settembre arriva nel campo di concentramento di Luckenwalde e nove giorni dopo riceve la proposta di arruolamento nelle SS. A seguito del rifiuto, l’11 ottobre parte dallo Stalag III A ed arriva a Spandau (periferia di Berlino) nello Stalag IIID. Grazie al ritrovamento del diario di Patroncini, sappiamo l’ora esatta dell’arrivo: erano le 18:00. Il giorno dopo inizia a lavorare. Il 17 novembre si ammala, viene visitato e dimesso, a detta sua nelle stesse condizioni di quando era entrato. Direttamente dalla vittima conosciamo le condizioni nel campo: un pasto al giorno, condizioni sanitarie nulle e lunghe notti in piedi esposti al freddo di Berlino. Ogni prigioniero, inoltre, aveva la possibilità di spedire lettere e ricevere pacchi dai familiari. Ovviamente questi pacchi venivano aperti e proprio Patroncini ci informa dei numerosi furti subiti. Il 15 maggio viene ricoverato nell’infermeria per sospetto di pleurite con febbre a 38,2. Il 9 giugno entra all’ospedale 119 per prigionieri. Ricoverato da un mese Patroncini ritiene di essere sempre nelle stesse condizioni di partenza. Il 29 settembre viene dimesso e dato come guarito, ma il 15 ottobre viene nuovamente ricoverato.                                 
Il 20 ottobre fa un’ecografia e viene trattenuto per sospetta tubercolosi. Il giorno seguente effettua ulteriori esami, ma risulta negativo. Il 23 ottobre, a seguito di ulteriori accertamenti, gli viene diagnosticata la tubercolosi. La sua ultima notazione ci conferma la malattia. Dal 23 ottobre non scrisse più nulla. Dal foglio matricolare ci risulta che è stato liberato l’8 maggio del 1945. Successivamente un suo compagno di campo scriverà sul diario  la data di morte di Patroncini: 18 giugno 1945. Non abbiamo un certificato di morte ufficiale. Essendo morto all’ospedale di Magdeburg, in Germania, la sua prima sepoltura risulta a Magdeburgo. Attualmente, invece, è seppellito presso il cimitero comunale di Montecchio Emilia.

Un dialogo impossibile

“Ciao, nano! Ho ricevuto la tua richiesta di aiuto per quanto riguarda il progetto di storia che stai facendo con i tuoi compagni. Sono molto contento di questa vostra curiosità e mi piacerebbe molto contribuire con qualche informazione dettagliata sul mio percorso.                                  
“Buongiorno! Grazie per la sua disponibilità. Vorremmo farle alcune domande per comprendere al meglio la sua storia e il destino che ha accomunato lei e molti altri IMI.                          
Cosa l’ha spinto a rifiutare di continuare a combattere a fianco all’esercito tedesco?”                                       
“Grazie per questa bella domanda: ciò che mi ha guidato maggiormente sono stati i miei ideali. A causa della mia situazione familiare ed economica, ho sempre appoggiato l’antifascismo. Provengo da una famiglia contadina, che viveva in una casa affittata da due modesti proprietari terrieri, per cui fin da piccoli, io e i miei fratelli, abbiamo sempre contribuito allo sviluppo della nostra piccola economia domestica, aiutando mamma e papà. La chiamata alle armi di noi figli maschi, ha costretto nostro padre e nostra madre a lavorare da soli, per sostenere non solo nostra sorella ma anche le truppe tedesche che stanziavano nei nostri territori. Pensate a che situazione  contraddittoria! Mia madre addirittura veniva chiamata da loro “mamma”.
“Come avete affrontato la chiamata alle armi?”
“Il 26 novembre del ‘40 mi hanno arruolato nel reparto di genio e chimici come trasmettitore telefonista, nel fronte di combattimento tedesco nel nord-est Italia.                         
La situazione era molto difficile, perché mi sono dovuto allontanare dalla mia famiglia, andando a rischiare la mia vita. Per fortuna, però, durante la primavera del 1943, ho avuto l’occasione di entrare in contatto con un mio cugino sergente che stazionava sul fronte iugoslavo. Pensate che, parlando con lui, venni a sapere che mio fratello Maggiorino era stato lì poco prima. Solo un muro di un  corridoio ci ha separati…”
“Che sfortuna!! In quel momento combatteva ancora nell’esercito italiano con l’alleato; ma cosa è successo dopo l’armistizio dell’8  settembre?”                                                     
“Proprio quello stesso giorno venni catturato a Lubiana  e dopo vari spostamenti, l’11 ottobre arrivai a Spandau, un campo di lavoro in cui venivano raccolti gli IMI. Infatti mi era stato chiesto di arruolarmi nelle SS ma io ho detto NO! Iniziammo subito a lavorare ma non avevamo forze a causa del poco cibo fornito. Dopo pochi mesi, pesavo solo 50,9 kg… “
“Di fronte alla scelta che le hanno posto l’8 settembre, come si è sentito? Ha avuto qualche esitazione nel decidere il da farsi?”
“La paura era tanta…sapevo che se mi fossi rifiutato di passare dalla loro parte sicuramente avrei rischiato la mia vita, ma ho  anche capito di dover fare la cosa giusta. Probabilmente non avrei sopportato di ignorare tutti quei sani principi che la mia famiglia mi aveva insegnato. Non sarei riuscito, una volta tornato a casa, a guardare i miei genitori senza sentirmi in colpa. Sono sicuro che loro non mi avrebbero mai criticato e sarebbero stati totalmente comprensivi nei confronti della mia scelta, ma non lo sarei stato io, ripensando a tutte le vittime che i tedeschi e gli italiani loro alleati hanno causato. Con ciò non voglio dire che la scelta sia stata facile, anzi…quando ci si sta giocando la propria vita non è mai semplice scegliere, ma di certo ero sicuro di una cosa: non volevo vivere una vita di rimorsi. Inoltre sarebbe stato straziante dover combattere contro i miei stessi connazionali che hanno avuto il coraggio di rifiutarsi.”
“La sua famiglia era al corrente del cambiamento della sua posizione e situazione?”                                                           
“La mia famiglia sapeva solo della mia cattura e poteva inviarmi pacchi o lettere che però venivano aperti, controllati e alcune volte derubati. Solitamente i pacchi contenevano cibo o oggetti da barattare per altro cibo. Come avrete capito, uno dei grandi problemi durante la prigionia era la carenza di cibo. La Repubblica Sociale, infatti, ce ne avrebbe dovuto fornire una quantità ben maggiore. Un altro problema era l’enorme sporcizia: dormendo in terra e non avendo sistemi igienici, le malattie e soprattutto i pidocchi si diffondevano ‘me ‘na saièta[2]. Le cartoline mi arrivavano con mesi di ritardo e le mie risposte non contenevano mai frasi che potessero far preoccupare la mia famiglia. Chissà se sono davvero arrivate a casa…”
“Come si fa a sopravvivere in certe condizioni?! Non è possibile trattare un uomo in questo modo!”                                                          
“Eh ‘ghe razon, nano…non a caso mi ammalai quasi subito,dopo solo due mesi iniziai a sentire i primi dolori, ma fui costretto a lavorare comunque. Mi ricoverarono per la prima volta il 15 maggio del ‘44 e da quel momento non mi ripresi mai del tutto. L’anno dopo peggiorai e chiesi ulteriori visite. Fui ricoverato il 15 ottobre e mi fecero fare i soliti accertamenti: esami dell’urine, dello sputo, e del sangue, radiografia. Tòt bein. Una settimana dopo rifeci i test e quello dello sputo risultò positivo. Ciò significava tubercolosi…”                                            
“Le sue condizioni come erano?”                                                             
“Fortunatamente io non sentivo quasi nulla. Decisi di affidare il  diario che mi aveva tenuto compagnia durante la prigionia ad un mio compagno di ospedale. A sua volta quest’ultimo lo diede ad un amico “venuto in Italia a morire” che lo portò ai miei famigliari. Inoltre aggiunse alla fine la mia data di morte: 18/06/1945″.
“Ci dispiace per ciò che ha passato. La ringraziamo per la sua toccante testimonianza che porteremo sempre nel cuore e che non ci dimenticheremo mai di trasmettere tramite il ricordo”.

 

[2]Dal dialetto reggiano: “veloce come una saetta”

[3]Dal dialetto reggiano: “hai ragione, giovanotto”

[4]Dal dialetto reggiano: “tutto bene”

Giuseppe Patroncini

Via Ercole Franchini, 57

42027 Montecchio Emilia RE