La visita ad Auschwitz mi ha sempre spaventato semplicemente perché temevo di non riuscire a reggere emotivamente questo luogo, ma questo viaggio mi ha insegnato che nonostante la paura del carico emotivo, non possiamo sottrarci e non dobbiamo per forza affrontarlo da soli. Possiamo dividerci il peso ed insieme ricordare ciò che è successo lì, tra quei campi che ora hanno solo fili d’erba, tra quelle macerie che contenevano migliaia e milioni di persone colpevoli di essere nate ebree, di aver fatto scelte anche contro le ideologie del regime rimanendo sé stesse. Ricordare ci permette di sapere com’è andata la storia e capire le conseguenze, per rispondere a tutti quei segni che ci avvertono a cosa andiamo incontro.
La cosa che mi ha veramente colpito è il fatto che quel campo non è per nulla vuoto, anzi è straripante di persone che sono passate li, 80 anni fa, che hanno avuto la sfortuna di nascere in quell’epoca.
Tutte le storie dei sopravvissuti ai campi di concentramento e sterminio mi hanno fatto capire quanto è presente la loro memoria di quel posto, e quanto sono permanenti i segni e i graffi che hanno lasciato in quei luoghi.
Andare ad Auschwitz mi ha fatto riflettere sul fatto che se la razza davvero non esiste allora naturalmente dobbiamo pensare che i nazisti erano persone come noi ovvero erano delle persone comuni che sotto influenza di una ideologia si sono trasformati in carnefici. E mi viene da chiedermi fino a che punto può spingersi l’uomo con la sua natura e quale è il fattore che permette di alterare la personalità di un essere, di un padre, di una madre, di un figlio e di una figlia.
Fare questo viaggio è un’esperienza che credo che chiunque debba fare per vari motivi: comprendere fino a che punto può spingersi la crudeltà umana, concretizzare le pagine di storia che vengono lette a scuola e poter ascoltare le guide raccontare aneddoti. Avevo già visto foto e video molto significative e avevo già visto la scritta “Arbeit macht frei” ma non avevo mai fatto caso che la lettera “B” fosse messa al contrario e che fosse stata messa così per protesta da parte di un prigioniero. Mi è rimasto impresso la storia della famiglia uccisa da un’arma da fuoco, dove il primo a morire era il neonato e l’ultimo il padre. Non riesco a capire come chi doveva giustiziare o maltrattare i prigionieri dopo potesse tornare a casa dalla propria famiglia come se niente fosse successo, come se avesse un lavoro “normale”.
Camminare nel luogo dove si è svolto il più grande sterminio di massa dell’umanità ha fatto male. Ho avuto angoscia dall’inizio alla fine della visita, e ogni volta che sentivo quei racconti, i racconti delle persone che sono morte, i racconti delle persone sopravvissute che hanno sofferto, non riuscivo a non piangere. È stato terribile, e non voglio neanche immaginare il dolore che hanno provato quelle persone. Si, persone. Persone uguali a noi. Persone che avevano sogni, una famiglia, una vita.
Visitare questi luoghi mi ha aperto gli occhi, davvero. Sicuramente ora, dopo questo viaggio, farò scelte di vita più consapevoli, soprattutto politiche, soprattutto dopo quello che è accaduto. Ritengo che noi giovani abbiamo il compito di testimoniare ai nostri amici, familiari, conoscenti, quello che abbiamo visto e provato, in modo che il nostro racconto possa evitare che tale tragedia si ripeta nuovamente.
5S Zanelli

A Birkenau, le riflessioni collettive dei ragazzi della 5S Zanelli al termine del Viaggio della Memoria
