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Io, fra tutti gli antri oscuri di Birkenau, ho lasciato la mia rosa bianco di fianco a un cucchiaino emerso dal terreno.

Perché lì, in particolare, è cresciuta in me la rabbia per un atto mancato, per delle vite violentate, interrotte.

Quel cucchiaino non doveva rimanere intatto: quel cucchiaino doveva essere consumato.

Avrebbe dovuto mescolare zucchero nel caffè, in una casa non confiscata. Avrebbe dovuto essere lanciato scherzosamente da un fratellino piccolo, contro quello più grande, durante una chiassosa colazione in famiglia. Avrebbe dovuto essere utilizzato per mangiare i dolci della vita. I dolci di compleanno, i dolci del matrimonio. Avrebbe dovuto essere pulito e risciacquato da una nonna e da una mamma, al termine di una cena con gli amici. Avrebbe dovuto essere utilizzato per richiamare il silenzio, facendolo tintinnare contro un bicchiere, in un discorso importante.

Dietro a quel cucchiaino ci sono parole, esistenze, incontri, innamoramenti, litigi e rappacificazioni mai avvenuti.

E questo lascia dolore. Lascia domande. Lascia un silenzio. Bianco come quella rosa. Tragico come il suo sfiorire.


Clizia Riva, insegnante della 5A MAT, Istituto “D’Arzo” Montecchio Emilia

Il cucchiaino del caffè
Il fiore bianco della commemorazione a fianco del cucchiaino emerso dal fondo di Birkenau.