Fin da piccoli abbiamo sempre letto libri e guardato film riguardo la storia di migliaia di ebrei deportati e sterminati, ma com’è andare sullo stesso posto, percorrere le stesse strade che 80 anni fa ha percorso un numero spaventosamente grande di vittime e rendersi conto delle terribili condizioni nelle quali hanno vissuto?
Andare fisicamente in quei luoghi significa trasformare ciò che abbiamo sempre studiato in qualcosa di tangibile, qualcosa che smette di essere solo storia per diventare realtà. Camminare tra i resti di quei campi, vedere le baracche, i fili spinati, le camere a gas, significa sentire il peso di ogni passo, il silenzio assordante che racconta più di qualsiasi parola.
Nel momento in cui si mette piede ad Auschwitz, si viene avvolti dal silenzio e ci si ritrova in un luogo senza tempo, dove, con ogni passo, si può calpestare la storia di coloro che non hanno avuto modo di salvarsi. É un luogo di riflessione, che fa male, perché lacera dentro sapere ciò che è successo in questo posto, ma serve per comprendere al meglio ciò che è veramente accaduto e rendersi conto di quanto l’uomo possa essere malvagio.
Arrivando ad Auschwitz-Birkenau la prima cosa che ho notato e che mi ha colpito è stata la natura. La natura che è sempre qualcosa di molto puro e sincero. In questo luogo la natura sembrava davvero in silenzio, sembrava colpevole. Sembrava “morta” e anche rispettosa di tutte le atrocitá successe su di lei. Era inerme.
La cosa che mi ha colpito di piú é il silenzio: il silenzio che contiene dolore, che penetra nelle ossa e ti fa immedesimare nella realtá dei fatti. Una realtá che sembra inimmaginabile, qualcosa che sembra impossibile essere successo, ma che é veramente accaduto. questo fa pensare, il fatto che tutto ció intorno a noi, non é un sogno, o meglio dire un incubo, ma é qualcosa che rimane sulla pelle di ogni uomo e che non scomparirá mai.
Sono entrata qui dentro in punta di piedi, spaventata dalla grandezza di questo luogo, costruito e progettato per uccidere milioni di persone la cui unica colpa, che una colpa non è, era essere ebrei. A ogni passo il cuore si appesantiva, la mente si ofuscava, le gambe diventavano rigide, come incapaci di muoversi.
Mentre camminavo accanto alle recinzioni di filo spinato ho pensato tanto alle parole e ai discorsi di Liliana Segre, la quale, una volta, rivolgendosi ai giovani, disse “Diventate candele della memoria”. Ho sempre creduto nell’importanza del significato di questa frase, ma è solo camminando qui dentro che l’ho capita veramente. Essere candele della memoria è l’unico modo per far sì che questo orrore non si ripeta mai più. Essere candele della memoria è un compito che non riguarda solo i giovani o solo noi studenti presenti qui oggi, bensì tutta l’umanità.
Questa esperienza mi ha fatto pensare tanto e mi ha fatto porre moltissime domande a me stessa alle quali, però, non ho avuto risposta perché la crudeltà, il disagio, la disumanità e la violenza che hanno dovuto subire tutte quelle persone che sono state uccise innocentemente, non sono assolutamente giustificabili.
Ho riflettuto tanto e ho pianto tanto e questo mi ha fatto rendere conto dell’importanza della consapevolezza di quello che è accaduto.
Classe 5 D – Liceo Canossa

Le parole della 5 D del Canossa, di fronte alla neve e ai resti della rivolta al campo
