E pensare che era il 1752 quando nella tedesca Pirna arrivò il pittore italiano Canaletto, per le sue vedute dalla riva destra del fiume Elba. In cima alla rocca della cittadina, già dal Barocco, fu costruito il castello di Sonnenstein, più tardi adibito a manicomio. Un lieve sperone di pietra arenaria, ben visibile dalla cittadina a sovrastarla, che i nazisti trasformarono in centro di messa a morte per disabili psichiatrici e fisici: “vite non degne di essere vissute”, dicevano. La storia di questo luogo è stata tema di una delle tappe dell’ultimo Viaggio della Memoria di Istoreco, che si è svolto a Praga, così vicina alla tedesca Pirna-Sonnenstein che tralasciarla sarebbe stato irremissibile. Dunque parte delle scolaresche reggiane vi si è recata in cerca di tracce e destini. Chi scrive ha guidato alcuni gruppi attraverso un luogo che dall’esterno non si lascia certo leggere: un boschetto scosceso, intimo e bello, circonda invece strutture nelle quali oltre quindicimila persone sono state assassinate a tradimento col monossido di carbonio.
Gli occhi dei ragazzi in visita erano libri aperti invece per empatia e fragile consapevolezza. Così smarriti per l’incapacità di farsene una ragione dal racconto di Pirna-Sonnenstein, dignificato in scoperta fuori da ogni retorica.
Quando le scolaresche capiscono che quel luogo è reale – camera a gas, finestre sul bosco, resti del crematorio – si accorcia la distanza tra studiato e vissuto. È qui che realizzano che nei testi scolastici si racconta il vero. Infine, accettare che a Pirna-Sonnenstein oltre cento tra infermieri, medici e funzionari abbiano potuto organizzare e gestire l’uccisione sistematica di persone disabili li porta allo sgomento dell’incredulità morale, con il suo “com’è stato possibile?”.
Perché la vicenda dei luoghi come questo (ce n’erano altri cinque nella Germania nazista) è stata la meno affrontata, fino a quando nel 2014 a Berlino è stato realizzato il monumento nazionale dedicato alle oltre settantamila vittime dell’Aktion T4 (T4 sta per Tiergartenstraße 4, indirizzo e nome in codice della centrale dell’intera operazione).
Ma è da questa pagina che è iniziato tutto. Le SS hanno costruito le camere a gas nei campi di sterminio e di concentramento dopo aver appurato che i medici, nelle cantine di ospedali e cliniche, ammazzavano in validi prototipi. E da qui alla Shoah il passo è stato breve. Ma, se il monossido di carbonio era lo scarto della preziosa benzina, utile per la guerra, si passò nei Lager al pesticida (Zyklon B), visto che Hitler nel suo Mein Kampf definì gli ebrei “parassiti da debellare”.
Con la Shoah degli ebrei, con il Porajmos dei Sinti e dei Rom, c’è anche l’Aktion T4, dunque, voluta da Hitler, e medici volontari coinvolti nel gasare tutti coloro che non rappresentavano la “razza”.
Il complesso di Sonnenstein fu isolato con un muro e nel seminterrato installarono una camera a gas, due forni crematori con camino e una sala settoria. Nel giugno 1940 si iniziò con il “lavoro”: gasare le persone destinate allo sterminio – dopo il trasporto e un’ultima visita medica –, bruciarne i corpi, triturarne i resti carbonizzati in mulini per ossa e trasformare uno sterminio in una morte naturale certificata.
Nella stanza delle biografie a Pirna-Sonnenstein, parte dell’esposizione realizzata dal 2000, ci sono volti di vittime fotografate e di tutte le età. Come quello del sedicenne Paul Rösner, liquidato come “irrequieto”, stando al documento del medico che lo selezionò per la camera a gas.
Quegli omicidi però non passarono certo inosservati: dal camino del crematorio – a causa di un difetto di costruzione – si levavano spesso fiamme alte metri, il fumo era ben visibile e l’odore dei corpi bruciati si diffondeva in tutta la regione. Anche le ceneri e i resti ossei delle vittime non venivano nascosti soltanto nella discarica dell’istituto: più volte, si dice, gli addetti ai forni gettarono all’alba queste ceneri lungo il pendio dell’Elba fino al sentiero chiamato di Canaletto. Tutto ciò avveniva praticamente sotto gli occhi dell’intera città, che come allora resta tranquilla continuando le proprie occupazioni quotidiane ai piedi di una rocca dell’infamia.
Salvatore Trapani, storico dell’arte, guida, collaboratore e amico di Istoreco
