Tre anni fa, nell’intervento che avevo fatto al termine del Viaggio della Memoria qui a Lidice, avevo letto un passaggio di una poesia di Eugenio Montale “La Storia”, un passaggio in cui Montale recitava:
“La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.”
E avevo aggiunto che questo pensiero espresso da Montale, ovvero che la Storia non è maestra, pensiero che io da giovane non condividevo, cominciavo a condividerlo ora. E ne spiegavo i motivi.
Ora noi siamo qui, in uno dei tanti collettori finali di una sequela sempre più tragica di azioni e di atti compiuti da uomini. Un luogo la cui memoria dovrebbe essere scolpita nella carne di tutti, affinché le parole “Mai più” risultino realtà e non parole gettate al vento. Se guardiamo alla storia del dopoguerra, ma anche semplicemente alla sola storia attuale, di questi nostri tempi, la realtà appare però un’altra. Del “Mai più” pare non esserci traccia. I fatti del passato si ripropongono inesorabilmente, magari con modalità differenti, ancora oggi.
Diceva Piero Terracina: “La Memoria non è il ricordo. La Memoria è un filo che collega il passato al presente”.
La domanda allora è quanto la Cultura della Memoria Storica sia efficace o, più probabilmente, inefficace nell’orientamento delle scelte delle nazioni e nelle scelte delle singole persone.
C’è probabilmente qualcosa che non funziona, come avremmo auspicato, a carico dei processi mentali e che porta a non riconoscere nel presente premesse ed eventi che sono effettivamente uguali a quanto studiato in modo martellante come già avvenuto nel passato. Un po’ come dire che la Storia non serve o, come diceva Montale, “La Storia non è maestra”.
Questo non significa inficiare e svilire la Memoria, ma stupirsi del come mai la Memoria non aiuti a costruire una diversa azione nel presente. Stupirsi che luoghi come questo non riescano a riorientare alcuna analisi del sé storico contemporaneo e a produrre migliori effetti nel mondo di oggi.
Io non sono particolarmente attratto dal cinema americano. Qualcuno di voi conoscerà il film “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg. È la storia di un drappello di soldati americani la cui missione, dopo lo sbarco in Normandia, è quella di rintracciare e riportare a casa questo soldato, il soldato Ryan, l’unico ancora in vita di quattro fratelli, dal momento che gli altri tre erano già tutti deceduti in azioni di guerra. C’è una scena che, a mio parere, innalza moralmente il film. È la scena in cui, dopo aver rintracciato il soldato Ryan, il capitano che guida questo manipolo di uomini, colpito a morte, un attimo prima di spirare dice al soldato Ryan “Meritatelo”, intendendo “tu che sei stato calato in questo orrore della guerra e che ora sei graziato dal soccombere in essa, vedi di farne tesoro, di vivere da uomo probo e di non riproporre gli orrori che hai visto”.
A cosa serve, allora, uscire da un luogo di orrore come questo, se non siamo poi in grado di meritarcelo?
Noi non abbiamo vissuto l’orrore della guerra. Non abbiamo vissuto i campi di sterminio. Ma abbiamo avuto il privilegio, perché di privilegio si tratta, di avere avuto qualcuno che qui ci ha accompagnato, il privilegio di aver sentito sulla nostra pelle il senso di sgomento e di disperazione di chi qui ha vissuto l’inferno, e il privilegio di potercene tornare a casa indenni.
Che senso avrebbe uscire dall’inferno per poi riproporre, in modo attivo o anche solo passivo, l’inferno? La strada della consapevolezza è una strada a senso unico, non si può tornare indietro, a meno di tradire se stessi.
E allora, ogni volta che ci dovessimo trovare faccia a faccia con il sopruso, ogni volta che ci dovessimo imbattere in situazioni in qualche modo analoghe a quelle che hanno condotto a questo orrore, ogni volta che dovremo decidere se obbedire alle leggi degli uomini o alla nostra coscienza, qualunque conseguenza ce ne possa derivare, allora anche noi ce lo dovremo meritare. Altrimenti tutto questo non sarà servito a nulla.

Franco Rossi – docente Liceo Canossa

Lidice, interno del museo

Lidice, interno del museo