Questa storia l’abbiamo sentita raccontare tante volte. Abbiamo creduto che ciò che saremmo andati a vedere sarebbe stato una sorta di memoriale già visto in varie foto o documentari. Ma non è stato così.
Davanti a noi abbiamo trovato ciò che di più brutto la mente umana abbia mai potuto concepire nella sua pazzia e nella sua stravaganza. La mente umana ha messo a ferro e fuoco tutto ciò che ha trovato sul suo cammino, inseguendo una fantomatica ideologia creata per distruggere psicologicamente e fisicamente delle minoranze. Ha razziato persone innocenti della propria identità e delle proprie emozioni e pensieri. Le ha portate a pensare come riuscire ad arrivare al tramonto senza sapere se avrebbero potuto rivederlo di nuovo.
Abbiamo visto un teatro di crudeltà fuori da ogni immaginario e tante cose ci hanno colpito.
Mi ha colpito Sholmo Venezia che, quando vide suo cugino arrivare verso la “doccia”, gli disse di stare il più vicino alle grate così da poter morire prima. Questa è una forma di amore diversa dal solito, una forma che fa capire come, arrivati a un certo punto di sofferenza vista negli occhi di chi si ama, si preferisca che questa persona muoia quanto prima, piuttosto che vederla soffrire ancora.
Mi ha colpito vedere le foto di uomini e donne polacchi ed ebrei. Nel leggere il mestiere da loro svolto mi sono molto commosso, perché mi ha dato ancora più forte la concezione della realtà che queste persone vivevano prima di essere deportate. Mi sono messo nei panni di quelle persone, ragazzi miei coetanei ma anche padri di famiglia e anziani che, nel giro di un mese scarso, sono passati dalla loro vita ordinaria alla perdita di dignità e infine della vita.
Mi ha colpito il sistema dei campi…industriale. Auschwitz era una fabbrica, una fabbrica di morte, senza pietà, trattava le persone come spazzatura da smaltire macchinosamente e a ritmo serrato organizzato con un fordismo mortale.
Mi ha colpito il vento freddo che ci ha seguito in tutti e due i campi, che a volte interrompeva la radio della guida come se volesse parlare lui, con quel soffio delicato e che a volte usava altri oggetti per farsi sentire, come le corde delle aste per le bandiere, gli alberi, le capanne. Quando ero al centro della ferrovia con le spalle rivolte verso l’entrata, sentivo questo vento freddo e secco che mi avvolgeva completamente in un’angoscia travolgente.
Sono tante le cose che mi hanno colpito.
Nelle parole della guida sentivo molto, così tanto che a volte ho dovuto togliermi le cuffie perché era troppo forte e faceva troppo male. La parte più dura penso sia stata quella dei bambini, innocenti e piccoli costretti a vedere e subire. Quando sono entrata nella stanza con quei rumori e quelle immagini, e con quelle famiglie ho pensato a casa, a quando tornerò e cercherò di trasmettergli quello che questo viaggio ha dato a me.
La nostra classe ha in sé molte differenze, modi di vedere e sentire totalmente diversi, ma in questo viaggio c’è stato un momento di accordo tra tutti i componenti della classe, cosa che è successo veramente poco negli anni in cui ci conosciamo, e una specie di unione profonda tra ragazzi e professori che rimarrà sempre in noi.

Classe 5BE, Istituto Zanelli

 

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco