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Lui è un norvegese.
Perciò riceve cibo, vestiti e medicine.
Voi invece state morendo di fame.
Che cosa provate? Invidia e rabbia, rispondono.
E lui cosa sente? Si sente superiore, rispondono.
Come risposta alla prima domanda a me è venuta in mente la parola speranza;
la speranza della condivisione, della solidarietà, dello spirito della fratellanza, in un luogo dove troppo spesso mancava addirittura l’umanità.
Alla risposta degli altri ho pensato che il mio fosse un pensiero ingenuo e sciocco.

Il norvegese Per Svor e l’ucraino Sergej Owraschko ci hanno dimostrato il contrario.

La nostra guida ci ha detto che le persone facenti parte delle SS agivano con crudeltà perché potevano farlo. Anche Per Svor poteva scegliere di non dare alcun aiuto agli ucraini presenti nel lager, facendo nascere delle rivalità, ma lui ci ha insegnato che addirittura in questo contesto vi è la possibilità di scegliere come reagire, che persona essere.

Su questo foglio troviamo parole scritte in cirillico e tradotte in norvegese. Nonostante le barriere culturali, la difficoltà di comunicazione, la differente posizione all’interno del campo di Sachsenhausen, questi due uomini sono riusciti a rispettarsi, aiutarsi reciprocamente, cosa che molti tedeschi non sono riusciti a fare nemmeno con i loro concittadini.

Per Svor e Sergei Owraschko hanno coltivato la loro amicizia anche fuori dal campo, uniti da un legame autentico.

Andreea Alcaz – classe 5F, Liceo Scientifico Gobetti, Scandiano

Lui è un norvegese
Il norvegese Per Svor e l’ucraino Sergej Owraschko, prigionieri a Sachsenhausen.