Siamo parlando di una memoria vera, che non abbandona, che rimane indelebile. L’esperienza diretta non può essere sostituita: osservare da vicino la morte che riecheggia in un luogo ora così silenzioso, percorrendo il tratto di strada che segue i binari, camminando sui pavimenti che reggevano i corpi di centinaia di migliaia di persone prima di noi, toccando con la mano le mure delle camere a gas graffiate dalle unghie dei selezionati per la morte. Queste testimonianze non possono lasciarci indifferenti e non possono essere dimenticate una volta vissute.
Ma la memoria non è solo questo, è soprattutto una scelta.
Nella città di Tarnow, che è stata teatro di morte di 25.000 ebrei sono rimasti pochissimi segni di memoria di quella atrocità, nel tentativo di obliare ciò che è strato e di fuggire la vergogna e responsabilità.
Capiamo quindi l’enorme valore di ricordare oggi il dolore di ieri.
Ma meglio di noi lo avevano capito i bambini che con i loro disegni innocenti ritornavano a immaginare una vita normale e libera; lo aveva capito il prigioniero greco del Sonderkommando, che ha rischiato la propria vita pur di scattare di nascosto una foto della cremazione dei corpi gasati; lo aveva capito Primo Levi, mentre affamato raccontava Dante a Jean.
Un bisogno profondo, un appiglio alla vita che era e una speranza di riprendersela, un modo di sopravvivere.

Classe 5E, Istituto Gobetti

 

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco

Auschwitz Birkenau, Foto Istoreco