“Il lavoro rende liberi”, ma di libero non c’era neppure il concetto stesso.
Milioni di umili, intelligenti, forti e ambiziosi furono travolti e annullati nella disumanizzazione più estrema.
Il processo stesso di sterminio, così come la nozione ideologica che lo giustificava, erano così complessi e perversi da rendere tutto ancora più confuso, persino per chi cerca disperatamente di comprenderne le motivazioni. Cercare di penetrare la mentalità malata di chi si sentiva in dovere di togliere vite con la stessa leggerezza con cui si pescano caramelle da un sacchetto è un’impresa insensata.
L’atrocità di quei campi, destinati a poveri innocenti, bambini ignari e individui speranzosi, appena scesi dai treni, è incommensurabile.
Bruciare un’essenza solo perché non se ne riconosce l’arte è il più grande spreco di intelligenza
Angelica Solazzo – 5C Istituto Motti

“Il lavoro rende liberi” all’ingresso del campo di Auschwitz
