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Visitati i crematori, per tornare verso l’ingresso di Birkenau, il cammino è interminabile, sembra di non arrivare mai.
Solo a noi è consentito questo cammino a ritroso, per un milione e centomila persone il percorso è stato di sola andata.
In questo spazio così vasto, sono state coinvolte e lo sono tutt’ora nel ricordo, un gran numero di nazionalità, culture, etnie e soggetti diversi.

Sono emerse dal terreno e raccolte nel magazzino del campo, nella zona del Canada, stoviglie, valige e altri utensili appartenenti agli internati del campo che speravano, con questi oggetti, di continuare a vivere dignitosamente. Invece, come testimonia Primo Levi in “Se questo è un uomo”, “niente è come tutto quaggiù, se non la fame dentro, e il freddo e la pioggia intorno”.

Inoltre, ci hanno colpito le violenze disumane che dovettero subire i prigionieri del Lager, i quali dovettero subire il senso interno di smarrimento, abbandono e desolazione ben descritto dal direttore del memoriale di Auschwitz Piotr Cywisnki che dice: “Come sarà la fine? Non c’è una fine. Non può essercene una. Sarebbe una soluzione troppo semplice”. Infatti, neanche oggi si è trovata una fine. Non ci furono solo oppressi ed oppressori in questa fabbrica della morte, ma anche persone che decisero di non schierarsi con nessuna delle due parti, preferendo il silenzio ed annegando nell’indifferenza. Oppure persone che in preda ad un bestiale istinto di sopravvivenza, preferirono salvare la propria vita lasciandone finire un’altra.

Infine, c’è stato chi ha deciso di rischiare la propria vita, per salvare chi ne aveva bisogno, mantenendo anche in questo contesto la propria umanità. Ciò che spaventa davvero in tutto questo, come dice Primo Levi, che tutto questo è accaduto, e può accadere di nuovo.

Classe 5E, Liceo Scientifico Gobetti

Non può esserci una fine
A Birkenau, a condividere e a riflettere fra le piante, a chiedersi se può esserci una fine.