Triennio – Istituto “Silvio D’Arzo”, Montecchio (RE) – 2025
PIETRO
REVERBERI
Pietro Reverberi nacque il 16 maggio 1924 a Bibbiano. Catturato il 9 settembre 1943, dopo l’armistizio, e scelse di non combattere a fianco delle forze naziste. In conseguenza di questa scelta, venne mandato in Germania come Internato Militare Italiano presso il campo VI F di Hartmandsdorf, nei pressi di Lipsia. La sua salute cominciò a peggiorare a causa di una polmonite che, compromessa dalle condizioni di vita del campo, che lo portò ad un’infiammazione polmonare e ciò ne provocò la morte il 22 giugno 1944.
Pietro Reverberi nacque il 16 maggio 1924 a Bibbiano, un piccolo comune in provincia di Reggio Emilia. Figlio di Francesco Reverberi, nato anch’egli a Bibbiano il 12 luglio 1900, e di Margherita Panciroli, nata il 22 settembre 1898 a Bibbiano. Trascorse la sua infanzia in un ambiente modesto e rurale, caratterizzato da una vita semplice. Pietro concluse la scuola elementare, ottenendo il diploma di quinta, e si dedicò presto al lavoro. Iniziò a fare il tornitore, lavoro grazie al quale riusciva a dare un contributo al mantenimento della sua famiglia. Il 18 settembre 1938 la famiglia si trasferì da Bibbiano a Montecchio Emilia, in Strada Barco 5, e successivamente il 18 novembre del 1938, cambiarono residenza in via Mazzini 54. La sua vita prese una svolta decisiva quando venne chiamato alle armi. Ricevette una prima chiamata nel dicembre del 1942 e assegnato al 1° Reggimento Autieri, venne mandato al fronte. Dai documenti non è specificato in quale zona, si evince solo che, non essendo ritenuto idoneo alla visita medica, viene rimandato a Reggio Emilia dopo poche settimane. Il 29 agosto del 1943 però, Pietro fu arruolato nuovamente nell’esercito italiano e assegnato al Genio e Chimici, nel 6°Reggimento, un’unità che operava in diverse zone del fronte europeo.
Non sappiamo se ebbe il tempo di raggiungere il fronte di guerra, sappiamo però che venne catturato il 9 settembre 1943, dopo l’armistizio, e scelse di non combattere a fianco delle forze naziste. In conseguenza di questa scelta, venne mandato in Germania come Internato Militare Italiano presso il campo VI F di Hartmandsdorf, nei pressi di Lipsia. Dal 4 ottobre 1943 al 22 giugno 1944, Pietro fu sottoposto a lavori forzati probabilmente presso l’azienda di macchine da cucire Machinenfabrik Christian Mansfeld; questa condizione lo indebolì progressivamente. La sua salute cominciò a peggiorare a causa di una polmonite che, compromessa dalle condizioni di vita del campo, che lo portò ad un’infiammazione polmonare e ciò ne provocò la morte il 22 giugno 1944, alle ore 13:00, nel lazzaretto del campo, a Leipzig-Wahren, situato a Pittestrasse 33. Il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Trinitatis Friedhof a Lipsia, nel loculo 10.6.C.15. La famiglia, rimasta sconvolta dalla sua morte, non riuscì mai a vederlo tornare a casa. Pietro era celibe e, all’epoca della sua morte, la sua famiglia contava anche un secondo figlio, Mario, nato il 27 febbraio 1943, che forse non conobbe mai il fratello maggiore. Pietro Reverberi, come tanti altri giovani soldati italiani, fu una vittima di un conflitto che non scelse. La sua morte prematura è il ricordo di una generazione che visse la guerra come una tragedia, ma anche come una testimonianza di coraggio e di resistenza. Secondo le fonti, l’ultima sepoltura risulta essere sul territorio italiano.
Pagina di diario, frutto della creatività degli studenti basandosi su fonti documentate
Lipsia-Wahren, 20 giugno 1944
A te, che hai trovato e stai leggendo le ultime parole di un uomo vittima della crudeltà umana, un consiglio: non piegare i tuoi valori per un’apparente libertà.
A te, mi presento: sono Pietro Reverberi, 20 anni, nato a Bibbiano, prima lavoratore, dopo Internato Militare Italiano nel campo Stalag IV-F Hartmannsdorf, Germania.
A te, voglio raccontare la mia storia.
Sono nato il 16 maggio del 1924 nel comune di Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia.
Da bambino ho frequentato la scuola elementare nel mio comune di nascita, ma all’età di 11 anni l’ho abbandonata, poiché ho dovuto iniziare a lavorare per aiutare la mia famiglia.
A te, li presento: mia mamma Margherita, donna dolce e gentile, è una casalinga; mio papà Francesco, uomo semplice e severo, lavora come operaio, ma in passato ha svolto l’attività di bracciante agricolo.
Proprio per questo motivo la mia infanzia è stata costellata di incessanti trasferimenti tra Bibbiano e Montecchio Emilia.
A te, lettore, chiedo: “Pensi sia stato facile vivere una vita in così continuo movimento, piena di cambiamenti?”
In una vita di solitudine, senza punti di riferimento, come fratelli, sorelle o moglie, l’unica costante era il mio lavoro da tornitore e il mio sogno di diventare un elettromagnetista, distrutto il 29 Agosto del 1943.
Quel giorno, tutto è cambiato.
Il 9 settembre sono stato catturato e deportato nel campo Stalag IV-F Hartmannsdorf, in Germania, diventando un Internato Militare Italiano.
Io non ho esitato a rifiutare di entrare nell’esercito nazi-fascista e la mia speranza era che chiunque avrebbe preso la mia stessa difficile decisione, nonostante le conseguenze.
In questo luogo ho lavorato come se fossi uno schiavo, ho provato a sopravvivere, nonostante la carente nutrizione e le disumane condizioni, le quali mi hanno portato ad ammalarmi.
A te, chiedo di riflettere sulle mie parole, sulla mia esperienza, sulla mia scelta, sulla cattiveria dell’uomo.
A te sta parlando un uomo sul letto di morte, consapevole che i suoi giorni stanno terminando, ma in pace con la propria coscienza, per essersi ribellato all’oppressione.
A te, caro lettore, ribadisco: non piegare i tuoi valori per un’apparente libertá.
Pagina di diario, frutto della creatività degli studenti basandosi su fonti documentate
Dal momento della cattura…
Il 9 settembre 1943 stavo camminando nella mia uniforme di soldato verso il 6° Reggimento Genio e Chimici. Avevo l’impressione di essere seguito. Le mie sensazioni si rivelarono essere corrette, infatti, di lì a poco, due soldati tedeschi si avvicinarono repentinamente e mi arrestarono. In fondo sapevo già a cosa sarei andato incontro.
Dopo innumerevoli giorni e trasferimenti mi ritrovai in un campo con delle baracche. Si diceva fossimo nello Stalag IVF Hartmannsdorf. Quello che ricordo maggiormente è il gelo, non solo fuori, ma specialmente dentro di me. La sola consolazione che mi rimaneva era pensare alla mia famiglia. Chissà come stavano mamma Margherita e papà Francesco. Sicuramente mi hanno cercato. Purtroppo non ho mai potuto dare risposta a queste mie domande. Ogni volta mi tornava in mente la casa dei miei genitori, i nostri continui trasferimenti e gli immensi campi, in cui papà con tanta fatica ha lavorato. Mio padre era un bracciante e prima un operaio. Conosceva bene il lavoro e il sacrificio. Probabilmente anche pensando a lui, alla sua forza e alla sua resistenza, ho trovato la motivazione e l’ispirazione per sopportare le condizioni disumane a cui, io e gli altri internati, eravamo sottoposti. La sensazione più insopportabile era sicuramente la fame. Ormai erano parecchi giorni che mangiavo a stento. L’unico cibo disponibile era pane e zuppa, che ancor oggi non so dire cosa contenesse. Il tempo passava ed ero sempre più stremato. Ricordo ancora il momento, in cui iniziai a provare un forte bruciore proveniente dal petto. Intuì che le mie forze e la mia salute mi stavano ormai abbandonando. Questo mio presentimento purtroppo era la realtà. Infatti mi trasferirono presso l’ospedale di Lipsia-Wahren: non riesco ancora a spiegarmi perché, nonostante così tanta crudeltà, avessimo diritto a delle cure.
L’ospedale è l’ultimo posto in cui sono stato. I medici mi avevano diagnosticato un’infezione polmonare, che non mi ha lasciato scampo. Per poter difendere i miei ideali ho vissuto innumerevoli difficoltà, subito pene atroci, che nessun umano dovrebbe mai provare. Il mio risarcimento, per il dolore sofferto, è di essere riuscito a tornare in Italia, dopo lungo tempo, anche grazie alla memoria di chi è venuto dopo di me.
Pietro Reverberi
Via G. Mazzini, 54, 42027 Montecchio Emilia
