Durante la visita al museo del ghetto di Terezín, leggendo i nomi di tutti quei bambini e osservando i loro disegni, così semplici eppure pieni di speranza, ho letto una frase che mi è rimasta dentro: “Qui a Terezín, la vita è un inferno. E quando tornerò a casa, non so ancora dirlo.”
Questo viaggio ci ha messi di fronte a una realtà cruda e crudele, una realtà che spiazza, che fa male, e che non può lasciarci indifferenti. Camminare in quei luoghi, vedere i letti di legno, se così possono essere chiamati, impilati uno sopra l’altro, i forni crematori, le testimonianze di chi, per fortuna o per destino, è sopravvissuto a quell’inferno, ci costringe a guardare in faccia fino a dove può arrivare la cattiveria umana.
Davanti a tutte quelle lapidi, ai nomi, alle date, le parole non bastano. Il dolore è troppo grande per essere spiegato, ma è impossibile ignorarlo.
Ricordare tutto questo è difficile, ma è un nostro dovere. Ricordare non significa solo guardare al passato, significa assumerci responsabilità nel presente.
Ricordare per non dimenticare.
Ricordare per non restare indifferenti.
Ricordare perché ciò che è accaduto qui non diventi mai più possibile, né qui né altrove.
La nostra memoria non si limita a ricordare chi non c’è più, ma si impegna a costruire un futuro in cui l’umanità venga sempre prima dell’odio, per impedire che tutto ciò si ripeta.
Sara Delmonte – 5B Pascal

Ricordare a Lidice
