Viaggio della memoria 2024, 13 febbraio.
Martedì siamo andanti a visitare Auschwitz uno e Auschwitz due, o anche detto Birkenau. Diciamo che all’inizio non stavo veramente realizzando il fatto di star effettivamente andando nel luogo in cui è avvenuto il più grande genocidio dell’umanità e le mie domande, come i pensieri e i dubbi partono proprio su quel pullman mentre guardavo fuori dal finestrino e vedevo tutte quelle case super lussuose lungo la strada e qui mi sono chiesta: “come si può vivere vicino a un luogo così simbolico in senso negativo tutti i giorni?” e poi ancora “io riuscirei a vivere qui? Si o no? Se sì probabilmente per cosa?”. Però effettivamente eravamo ancora lontani dal campo e prima della guerra una città esisteva già. Però quando con il pullman ancora in movimento siamo passati davanti all’ingresso di Auschwitz Birkenau e mi sono guardata intorno ho visto quella casa grigio nera, lussuosa a due piani con tanto di giardino la quale porta d’ingresso affacciava sull’entrata da cui passavano i binari, mi è salito il magone; lì non ho più avuto argomentazioni positive sul riuscire ad abitare così tanto vicino ; il solo pensiero di svegliarmi ogni giorno, aprire la porta di casa o affacciarmi alla finestra e poggiare i miei occhi, il mio cuore e la mia consapevolezza su un capitolo così tragico di storia mi fa sentire male. La tristezza per quello che è accaduto risale alla mente durante la giornata della memoria, mentre guardo i film, leggo dei libri o magari ascolto testimonianze su YouTube, forse non è abbastanza ma questi pensieri che tornano alla mente occasionalmente (che forse non è proprio il termine adatto) sono quelli che non mi fanno dare nulla per scontato, che forse sarebbe quello che farei se vivessi con la finestra che si affaccia su un cimitero a cielo aperto.
Questa è stata la prima riflessione, la prima di tante che hanno portato a molte domande a cui ho avuto una risposta, e altrettante che una risposta non l’hanno avuta e a cui una risposta probabilmente non può essere data.
Alla fine della visita ad Auschwitz Birkenau mi sono sentita incompleta perché non ho versato una lacrima e il mio cuore è rimasto chiuso, non sentivo dolore, forse nemmeno vicinanza perché per quanto mi sforzassi non riuscivo a immedesimarmi in quello che degli esseri umani: uomini, donne, bambini e anziani hanno dovuto passare, al contrario la mente non si è fermata un attimo perché pensavo di essere pronta, di conoscere ormai i simboli del campo e invece non era per niente come me l’aspettavo, non mi sono mai immaginata (con i film) il campo nel modo più veritiero possibile; partendo ad esempio dalle dimensioni, molto più grandi di quelle che mi aspettavo, o la divisione delle capanne, sì sapevo che uomini e donne venissero divisi ma non che per salvare la propria immagine in caso di ispezioni permettessero a famiglie intere di restare insieme, anche se forse per poco.
Oltre che incompleta mi sono sentita vuota, vuota perché durante la visita la guida ci ha più volte detto che diverse capanne sono crollate, altre bruciate, a un edificio è crollato il tetto, dei forni crematori rimanevano solo le macerie e tutto ciò mi hanno fatto percepire le cose distanti, ma allo stesso tempo preziose perché nulla è perenne e la paura che con il tempo tutto possa passare, perdersi, smettere di essere ricordato, cresce. Di Auschwitz 1 racconterò quello che mi ha più colpito e tutto il resto lo porterò nel cuore. C’è stata una stanza che tra tutte mi ha colpito quella delle cornici con i volti, i nomi, i mestieri, la data di arrivo nel campo con quella di uscita, quindi morte, dei prigionieri, seppure una fetta molto ridotta di tutte le persone che sono arrivate nel campo. Man mano che passavo a fianco alle pareti e ponevo l’attenzione sulle date nasceva dentro di me un obiettivo, volevo assolutamente trovare almeno una persona che fosse sopravvissuta più anni possibili; speravo che qualcuno non fosse stato ucciso subito e quando finalmente ho trovato queste date che attestavano la sopravvivenza di una persona per tre anni all’interno del campo di Auschwitz non mi sono sentita sollevata, anzi tutt’altro, la consapevolezza mi ha affossato, ho pensato a quanti inverni, quanta violenza, morte, percosse, malattie, torture, malnutrizioni abbia dovuto vivere prima di trovare finalmente la pace, sperando prima nella libertà. Ecco forse sarebbe stato meglio andarsene subito. Molte domande inziano tutte con dei forse, dei perché, dei come, ed è per questo che non vogliamo dimenticare e impegnarci a non dare mai nulla per scontato.
Sì, penso proprio che ci impegneremo.

Concludiamo ringraziando Istoreco, i professori, le guide e tutte le persone che hanno reso possibile questa esperienza che ci ha aiutato a crescere e a riflettere, rendendoci più consapevoli di quello che milioni di persone, uomini, donne, bambini e anziani hanno subito e dobbiamo ricordarci sempre di avere rispetto per quello che è accaduto perché al loro posto ci saremmo potuti essere noi. grazie.

Isabel Casoni a nome della classe 5BT, Motti Tecnico per il turismo

 

La lettura del testo della 5 BT del Motti al memoriale di Birkenau

La lettura del testo della 5 BT del Motti al memoriale di Birkenau