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C’è del vento e della neve a Reggio Emilia da dove siamo partiti e dove torneremo in tempo per il pranzo della domenica, per il caldo dei camini e delle case tiepide coperte dai panni freschi di bucato. Le strade pulite dalle neve e le fermate dell’autobus ad ogni richiesta, ad ogni desiderio di sosta che ci riporti verso un pianeta più simile a come lo abbiamo sempre visto e pensato. Una neve che oggi faticava a cadere come a preservarci da troppe gelide intemperie a cui non siamo più avvezzi, a cui fatichiamo a ritornare. Un ordine preciso, quotidiano, delicato e stantio verso cui andiamo e verso cui nessuno è ritornato dai luoghi di oggi. Non si ritorna più da un posto così, è impossibile; non c’è redenzione, né confessione, né perdono per chi è tornato. Noi seguiamo la rassegna dei luoghi, degli oggetti, dei legni, dei cementi a terra, delle buche, dei vestiti strappati e delle celle in cui si sentono i corpi di chi ci ha soggiornato e ci accorgiamo disarmati e impotenti che invece noi torneremo, che stiamo tornando, che forse non siamo mai partiti, che gli occhi che ci guardano dai muri non sono i nostri, né mai lo saranno.

C’è del vento e della neve a Reggio Emilia e un piatto di cappelletti fumanti che aspettano il nostro affamato ritorno.


Fabio Bonvicini, insegnante Istituto D’Arzo Montecchio

Un piatto di cappelletti fumanti
Il vento e la neve di Cracovia